Il consumismo compulsivo e la vergogna di chiedere aiuto
Tempo di lettura: poco più di un minuto
Di cosa vi parlo qui:
- consumismo
- la depressione in Italia
- le statistiche sui suicidi
- la mancanza di supporto psicologico in Italia
Il nuovo iPhone farà sicuramente foto più belle.
Un nuovo Mac renderà il tuo lavoro indubbiamente più veloce.
Quella borsa in offerta starà benissimo con le tue scarpe nuove.
Con la macchina nuova farai finalmente quel viaggio che aspettavi…
La verità è che ormai siamo diventati tutti un po’ bravi a mettere il silenziatore alla nostra anima.
Basta un click, un “paga ora”, un corriere che suona alla porta e via, per qualche ora ci illudiamo di essere felici.
L’Italia è piena di gente che non respira da mesi ma si sente vivere solo quando arriva un pacco da aprire.
È il nuovo rituale: l’odore del cartone, la plastica che si strappa, il cervello che rilascia quella micro-dose di dopamina che dovrebbe coprire il vuoto… e invece lo allarga.
Ci raccontiamo che “ci serve”, che “ci migliora”, che “così poi starò meglio” e intanto continuiamo a riempire armadi, scrivanie, memorie del telefono… tutto, tranne quello spazio interiore che è l’unico che avrebbe veramente bisogno di essere riordinato.
È diventata una fragilità nazionale: siamo stanchi, sfiniti emotivamente.
Non sappiamo più chiedere aiuto, ma sappiamo fare checkout in tre secondi netti.





Ci vergogniamo a dire che siamo infelici, ma non ci vergogniamo a comprare l’ennesimo oggetto “motivazionale” che finirà impolverato dopo due settimane.
La statistica italiana sui suicidi è un urlo sommesso che raramente ascoltiamo davvero. Nel biennio 2020-2021, l’Istituto Superiore di Sanità ha registrato 7.422 suicidi tra persone oltre i 15 anni:
di questi, quasi l’80% erano uomini.
Il tasso di suicidio tra gli uomini è circa 11,35 su 100.000, rispetto a poco meno di 3 su 100.000 per le donne.
E tra i giovani di 15-24 anni?
Il suicidio è la seconda causa di morte, dopo gli incidenti stradali.
Allo stesso tempo, chiedere supporto psicologico rimane un lusso.
È come se stessimo costruendo una società di fantasmi: acquistiamo, consumiamo, accumuliamo oggetti fino a tappare i nostri vuoti più profondi, ma poi restiamo soli con il dolore. Non sappiamo più chinare lo sguardo l’uno sull’altro, non sappiamo più dire “non ce la faccio”.
Così tanti restano prigionieri di quel silenzio, finché quel peso diventa troppo grande per portarlo da soli.
La felicità non arriva dal corriere.
Non c’è nella fotocamera né nel Mac.
Sta in un’unica, minuscola, gigantesca domanda che continuiamo a evitare:
“Ho il coraggio di sentire quello che sto provando?”
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